
Eccoci dunque al dialogo-interrogazione. Esso si apre con la domanda di base, radicale e fondamentale: «fede che è?» (v. 53), qual è la sua «quiditate» (v. 66), la sua essenza? La risposta è formulata attraverso la citazione della definizione offerta dalla Lettera agli Ebrei (11, 1) che la tradizione riteneva fosse dell’apostolo Paolo. «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi» (vv. 64-65)…
Fiorisce a questo punto la terza domanda: qual è la base sulla quale esercitare la ricerca argomentativa della fede così da avere la rivelazione della realtà delle «cose sperate»? La risposta di Dante è netta: è la Parola di Dio che è presente «in su le vecchie e ‘n su le nuove cuoia» (v. 93), cioè nelle pergamene della Bibbia…
Dante rivela un’altissima conoscenza delle Sacre Scritture, che costituiscono il suo retroterra spirituale e culturale, come è stato dimostrato da un’ormai antica e ininterrotta bibliografia… Basti solo pensare allo stesso incipit della Divina Commedia ove echeggia la voce del re Ezechia in Isaia: «A metà dei miei giorni me ne vado alle porte degli inferi» (38, 10) […]
Proprio in questo canto XXIV che egli senza riserva si autodefinisce così: «sì ho sì lucida e sì tonda / che nel suo conio nulla mi si inforsa» (vv. 86-87). In altri termini, con questa orgogliosa affermazione della sua identità di credente, Dante dichiara di possedere la «moneta» della fede, cioè il tesoro prezioso… e di averla nella pienezza della sua brillantezza e perfezione («lucida e tonda»), così da non mettere in forse («s’inforsa») in nessun modo la sua piena e totale autenticità («conio»).
Gianfranco Ravasi – Dante promosso all’esame di fede
Osservatore romano, 13/10/2012






