Afghanistan, i timori del mondo

Il dramma afgano torna prepotentemente in evidenza: le forze armate americane hanno fatto appena in tempo a ritirare gli ultimi contingenti, dopo vent’anni di presenza sul territorio, e i taliban – gli studenti coranici che propugnano un islam radicale come unica possibile linea di governo per la società – hanno ripreso il controllo del Paese, città dopo città, con una rapidità sconcertante.

Segno di un fallimento, rilevano gli analisti: se l’intervento armato era stato la conseguenza dell’11 settembre e dell’ospitalità offerta dai taliban locali a Bin Laden, il seguente tentativo di consolidare presidi di stampo occidentale – innestandoli su una società di matrice prettamente tribale – non ha avuto particolare successo. In realtà, fanno notare le organizzazioni umanitarie, qualche passo avanti negli ultimi vent’anni è stato compiuto: per esempio i più piccoli – e soprattutto, in questo caso la specificazione è d’obbligo, le più piccole – hanno potuto intraprendere gli studi e i media hanno creato un contesto di libertà informativa; nonostante gli sforzi e le risorse profusi, però, la cornice generale non è riuscita ad acquisire la solidità necessaria a reggere la prova di una gestione autonoma. Nella giornata di Ferragosto i taliban sono entrati nella capitale Kabul e si sono insediati nel palazzo presidenziale, sancendo anche simbolicamente il ritorno al potere; altrettanto evidente si dimostra la disperazione della popolazione, che si è riversata in strada per fuggire da un futuro evidentemente percepito come difficile da sopportare. E, al di là delle assicurazioni ufficiali degli studenti coranici su una transizione morbida, i primi gesti dei nuovi governanti non sembrano smentire i timori della popolazione: a Kandahar hanno preso il controllo di una radio locale cambiando la programmazione (da ora in poi solo notizie, analisi politiche e letture dal Corano) e in uno dei primi proclami i taliban pare abbiano invitato le donne a non ripresentarsi sul posto di lavoro.

Peraltro se per le donne la vita si prospetta cupa, il rischio è che per le minoranze religiose le cose vadano perfino peggio, come ricorda l’esule afghano Ali Ehsani citando i primi casi di possibili ritorsioni nei confronti dei credenti locali.

«Non si può esportare la democrazia», ha tuonato (buon ultimo) Enrico Letta su Repubblica. Si tratta di una questione già affrontata più volte nell’ultimo secolo, senza trovare risposte univoche. Di certo si può agevolare la democrazia in una società consapevole; non la si può imporre, però, a un sistema che ragiona con schemi radicalmente diversi, che comunque li si veda sono frutto di una storia, di una cultura, di un approccio sociale di cui – anche volendo – non ci si può sbarazzare da un giorno all’altro. Soprattutto, però, è difficile sbarazzarsene quando questo schema porta allo sviluppo di un radicalismo religioso incontrollabile, una minoranza di estremisti che oltretutto trova sponde sullo scacchiere internazionale.

I taliban in questi giorni hanno mostrato al mondo il loro volto migliore, convincendo qualcuno e lasciando scettici gli analisti più accorti, che si chiedono con preoccupazione quanto potrà durare questo momento-simpatia da parte di chi ha già precisato di non contemplare nel proprio mandato alcuna forma di democrazia ma solo l’applicazione della legge coranica.

foto: agi.it

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