Tra culto e realtà

By 9 Settembre 2021Cultura, Esteri, Focus

Una disamina dei culti, e in particolare del movimento pentecostale in relazione alla politica americana, è ancora una volta al centro di un articolo dell’antropologa statunitense Tanya Luhrmann.

Luhrmann nota come «il nuovo cristianesimo evangelico, emerso dal subbuglio culturale degli anni Sessanta e Settanta nel timore che gli americani si stessero allontanando dal cristianesimo, era vividamente soprannaturale».

Nel 2006, spiega la studiosa, «circa un quarto del Paese faceva riferimento a chiese “renewalist” di questo tipo»; diversi di questi gruppi, nel 2020, hanno profetizzato la rielezione di Donald Trump e di fronte alla realtà della sconfitta non si sono rassegnati.

Secondo la studiosa, però, la reazione non è così assurda: «in primo luogo perché, quando si è messi di fronte a una confutazione, l’intensità del fervore con cui si crede in qualcosa può addirittura aumentare, prima di attenuarsi» per l’effetto della cosiddetta dissonanza cognitiva, secondo la quale le persone «più hanno investito in ciò in cui hanno creduto e più si impegneranno per cambiare la realtà invece di modificare le loro idee».

Il secondo motivo «è che l’arcano sapere che si incontra in questo nuovo cristianesimo evangelico può far provare un’intensa soddisfazione. Le religioni più efficaci creano una specie di paracosmo per i fedeli… offre un mondo immaginario condiviso che è accessibile solo agli iniziati, che seguono gli indizi, leggono i testi e imbastiscono delle teorie», un approccio che sul piano politico è stato mutuato da QAnon. 

La tesi della Luhrmann suona meno convincente e piuttosto singolare quando rileva come gran parte delle persone di ogni estrazione religiosa «vive con un’elasticità cognitiva per quanto concerne la relazione tra la loro fede e la vita quotidiana»; per Luhrmann, infatti, una contraddizione si manifesterebbe nella stessa cura delle faccende di tutti i giorni: chi crede, secondo la studiosa, dovrebbe affidare ogni cosa a Dio.

Più serena, ma non più rassicurante, la conclusione secondo la quale «le persone restano più a lungo all’interno dei culti che sfidano la realtà quando le notizie che ricevono sono strettamente controllate. Ci rimangono più a lungo quando è difficile incontrare persone che non facciano parte del gruppo. E ci rimangono ancora più a lungo quando percepiscono che verrebbero ridicolizzate da chi fa parte della società nella quale dovessero fare ritorno». Una considerazione, in particolare quest’ultima, che probabilmente meriterebbe un ulteriore approfondimento.

foto: linkiesta.it

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