
Infortunio non da poco per La Stampa, che oggi in prima pagina pubblica un intervento di Filippo Di Giacomo intitolato “Crolla la chiesa-ponte”. Si parla di sacramenti, segnalando che «prima degli scismi del XV e del XVI secolo… i sacramenti erano undici… I protestanti li hanno ridotti: i più “larghi” ammettono il battesimo, la cena e – parzialmente – la confessione; i più rigoristi sono anabattisti, cioè non praticano il battesimo».
Se fosse ancora tra noi si indignerebbe lo storico Ugo Gastaldi, che proprio all’anabattismo ha dedicato due poderosi e interessanti tomi ripubblicati di recente da Claudiana.
Noi ci limitiamo a immaginare quel gennaio del 1525 nei dintorni di Zurigo, dove un gruppetto di fondamentalisti diede sostanza alla “fuga in avanti” rispetto a Zwingli sul tema del battesimo da adulti: sostenevano la necessità di battezzarsi di nuovo (“ana”), non riconoscendo la validità di un rito subito da bambini senza poter esercitare una scelta.
Erano consapevoli delle possibili conseguenze che questa loro posizione di rottura avrebbe portato, conseguenze che in effetti non tardarono a manifestarsi in ogni comunità anabattista: la cacciata dalle chiese e dalle città e una persecuzione sia da parte dei “fratelli” protestanti, sia – più comprensibilmente – da parte dei cattolici.
Una scelta quindi piuttosto coraggiosa, per essere persone che – stando a Di Giacomo – “non praticano il battesimo”: ed è singolare che si dica questo proprio degli anabattisti, unica corrente cristiana dove, di battesimi, i credenti spesso ne hanno addirittura due.
Che poi non siano sacramenti nel senso più cattolico del termine, è un’altra questione, che nulla ha a che vedere con un presunto rifiuto dell’atto. Ma di questo, chissà, magari La Stampa ci parlerà un’altra volta.






