Ore d’angoscia per i cristiani afghani

By 7 Settembre 2021Chiesa Perseguitata, Esteri, Focus

Ai cristiani in Afghanistan e ai rischi che corrono con l’arrivo a Kabul dei taliban ha dedicato un servizio anche Fausto Biloslavo, inviato di guerra di lungo corso; sul Giornale racconta la chiusura dell’unica chiesa cristiana in Afghanistan, una cappella curata dai padri barnabiti; il luogo di culto chiude con la fuga degli occidentali e questo avviene, per coincidenza, a cento anni esatti «dal trattato fra il re Amanullah, il prima monarca dell’indipendenza e l’Italia del 3 giugno del 1921». A Biloslavo il responsabile della struttura, padre Giuseppe Moretti, spiega che «cristiani locali ce ne saranno, ma a chi si converte spetta la condanna a morte», e questo già da prima del ritorno al potere degli studenti coranici.

«I credenti di Gesù in Afghanistan – dettaglia Biloslavo -, che sarebbero oltre un migliaio, vivono nascosti e professano la fede in segreto. Il Dipartimento di Stato americano stima che ci possono essere fra i 500 e 8mila fedeli soprattutto evangelici e protestanti. L’edizione clandestina della Bibbia in farsi, una delle lingue nazionali afghane, circola anche in rete. Il Nuovo Testamento è disponibile in pasthun, la lingua dell’etnia maggioritaria talebana». I credenti si incontrano in piccoli gruppi, conferma la missione cattolica ACS, «esclusivamente all’interno di abitazioni private. Secondo le organizzazioni missionarie in tutto il paese vi sono piccole chiese domestiche sotterranee, ognuna delle quali non conta più di 10 fedeli». Diversi afghani di fede cristiana lavoravano per istituzioni e organizzazioni internazionali attive negli ultimi vent’anni in Afghanistan, e spesso non potevano rivelare la loro fede nemmeno ai propri cari: «verrei ucciso e sarebbe per prima la mia famiglia a pretenderlo», ammette una fonte citata dal giornalista. E se pure «nei vent’anni della Nato anche traduttori e collaboratori dei militari stranieri, a cominciare dagli americani della grande base di Bagram, sono stati irretiti [sic] dalla conversione», non era presente alcun «”piano dei crociati”, come invece accusavano i talebani».

Intanto arrivano in Italia i primi profughi afghani partiti dall’aeroporto di Kabul; tra le diverse organizzazioni umanitarie impegnate nei ricollocamenti figura la Diaconia valdese, struttura protestante che in Val Pellice, ricorda La Stampa, «è stata fra le prime a siglare con il Comune di Torre e la Prefettura un modello di micro accoglienza diffusa». La Diaconia, riporta il quotidiano, finora «ha sistemato 19 profughi, alcuni a Torino, altri, giovani singoli, a Pinerolo, mentre a Luserna due nuclei familiari e un terzo a Torre Pellice».

foto: ilgiornale.it

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