
Il nuovo anno scolastico si presenta accompagnato dalle discussioni sulle nuove direttive ministeriali che hanno determinato l’inserimento della Bibbia nei programmi scolastici.
In realtà la proposta non è proprio inedita, se è vero che già un anno e mezzo fa Annalisa Ghisalberti la dava come un’indicazione consolidata: «ben venga la proposta e ben venga sin dal primo ciclo, dove deve nascere il gusto per la lettura e dove deve gradualmente iniziare a svilupparsi la capacità critica e interpretativa dei testi», scrive sul Corriere.
Ghisalberti rileva che «la Bibbia, per altro, è già da anni inserita tra le “Indicazioni” ministeriali per i licei (2010): rientra, per esempio, tra gli obiettivi di apprendimento del primo biennio di italiano tra le «opere fondative per la civiltà occidentale e radicatesi – magari in modo inconsapevole – nell’immaginario collettivo». Non solo: «nel secondo biennio è dato compito alla filosofia di trattare, nello sviluppo della storia del pensiero antico, “il tema dell’incontro tra la filosofia greca e le religioni bibliche”». In questo quadro, riflette l’autrice, «sono molte, infatti, le applicazioni didattiche possibili: dallo “studio sugli effetti” (wirkungsgeschichte), che si occupa di rinvenire l’impronta originaria della Bibbia nei testi della letteratura, nell’arte, nella musica, nel cinema e nel teatro, all’indagine sulla dimensione testuale vera e propria».
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