Usi impropri e risvolti etici di un’assoluzione

By 12 Marzo 2015Dall'Italia

MILANO – Non cessano polemiche e riflessioni a margine dell’assoluzione di Silvio Berlusconi, da parte della Corte di Cassazione, dall’accusa di concussione per induzione e prostituzione minorile, dopo la condanna in primo grado nel giugno 2013 a sette anni di reclusione e l’assoluzione in appello nel luglio 2014.

A riflettere sul rischio di un “uso improprio”, segnatamente politico, della sentenza è Antonio Polito sul Corriere della Sera: «Curiosamente sono proprio i più inflessibili difensori della magistratura – rileva – quelli che oggi faticano a riconoscere che il giudice supremo ha dichiarato Berlusconi definitivamente innocente delle due accuse che gli erano state mosse,senza se e senza ma. La Procura di Milano ha perso, la difesa ha vinto. Punto. Ed è aberrante invocare ora da altri processi, in cui pure resta coinvolto Berlusconi, una speranza di rivincita, come se fossero una partita di ritorno di Champions League. D’altra parte l’assoluzione in sede penale non assolve certo l’allora presidente del Consiglio dalla responsabilità politica e personale di aver ospitato «atti di prostituzione» a casa sua».

Conferma la lettura di Polito il pubblico ministero Antonio Sangermano: «Le sentenze si rispettano sempre, non secondo le convenienze. Totale rispetto va ai giudici di primo grado che hanno condannato Berlusconi così come a tutti quelli che lo hanno assolto in procedimenti ineccepibili. Era presunto non colpevole prima della assoluzione definitiva ed è un innocente oggi. È la legge», dichiara il magistrato, ricordando nel contempo che «le sentenze divergenti dimostrano quanto fosse complessa la questione. Un’assoluzione va presa con rispetto e coscienza, ma ciò non rende automaticamente superfluo l’intero processo, anche se mi rendo conto che questo è un concetto difficile da metabolizzare per il cittadino e tanto più per l’imputato».

A esprimersi sui riflessi morali della vicenda è invece, con un accenno, lo stesso difensore di Berlusconi, il noto avvocato Franco Coppi, che in un’intervista al Corriere ha rilevato come, per motivi di tempo («non si può parlare molto in Cassazione»), non ha potuto puntare sulla negazione dei fatti – come l’imputato avrebbe desiderato, per ottenere una piena assoluzione anche di ordine morale – ma solo sulla mancata conoscenza da parte sua della minore età di Karima El Marough. Per il resto, ha aggiunto Coppi nell’intervista a Virginia Piccolillo, «se la vedrà in confessionale».

«Per una volta – aggiunge a sua volta il direttore del quotidiano cattolico Avvenire, Marco Tarquinio – senza le estreme lungaggini che sono purtroppo tipiche del nostro Paese, la Giustizia è arrivata a concludere che non ci sono rilievi penali nella condotta tenuta dall’allora presidente del Consiglio dei ministri. E che non era nella consapevolezza dell’accusato Berlusconi la minore età della giovane donna».

Fatto salvo l’aspetto penale, commenta Tarquinio, è però necessario tornare su «un punto che ci sta a cuore da cittadini italiani, e che è stato illuminato, in diverse occasioni, dalle parole alte e chiare dei nostri vescovi sul senso sociale, politico e istituzionale di quanto è venuto via via alla luce in quella vicenda, e sul suo rilievo morale. Parole significativamente (e laicamente) ancorate al dovere sancito dall’art. 54 della Costituzione repubblicana di “adempiere con disciplina e onore” a ogni pubblico ufficio e tanto più al massimo ruolo di governo»; «è evidente – conclude – che un’assoluzione con le motivazioni sinora conosciute non coincide con un diploma di benemerenza politica e di approvazione morale».

Gli fa eco il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino: «La legge arriva fino a un certo punto – ha dichiarato al Corriere – ma il discorso morale è un altro»; e, citando come esempio la legge sull’aborto, rileva che «se un fatto è legale non è detto che sia morale».

( foto tratta dal profilo ufficiale Facebook di Silvio Berlusconi)

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