Dl Infrastrutture, polemiche sul comma sospetto

By 16 Novembre 2021Dall'Italia, Focus

Piccolo colpo di scena sulla vicenda del ddl Zan, che secondo alcuni osservatori sarebbe uscito dalla porta per rientrare dalla finestra. Nel decreto Infrastrutture adottato dal Governo e approvato in via definitiva dal Parlamento sarebbe infatti presente un punto sospetto – l’articolo 23 comma 4 bis – che prevede testualmente il divieto “sulle strade e sui veicoli [di] qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”.

Le integrazioni, spiega Giuseppe Rusconi, sono state introdotte alla Camera (le modifiche al testo del Governo sono qui), frutto del lavoro di due deputate di Pd e Italia Viva che ricoprono il ruolo di presidenti delle commissioni Ambiente e Trasporti.

Difficile ignorare, fa presente Rusconi, come «il comma 4-bis riproponga curiosamente uno dei punti qualificanti del defunto ddl Zan»; inoltre, viste le tempistiche, si è tentati di considerare le modifiche come una sorta di ritorsione nei confronti della campagna mediatica che ProVita ha lanciato (e vinto) contro il disegno di legge: «il “no” al testo – scrive Rusconi – è del 27 ottobre, il voto della Camera sul decreto Infrastrutture è del 28 ottobre, quello definitivo del Senato del 4 novembre. Insomma: con un fallo intenzionale è stato approvato ieri un bavaglio alla libertà d’espressione», commenta, aggiungendo che in base a questa norma «verrà vietata in particolare la pubblicità su strada (camion-vela e cartelloni) di messaggi giudicati “discriminatori”». Al di là delle valutazioni sui contenuti delle campagne di comunicazione è interessante notare che il comma fa esplicito riferimento ai canali pubblicitari utilizzati più di frequente dalle associazioni pro vita. Certo, tre indizi non fanno una prova, ma possono lanciare un segnale.

Dopo le modifiche apportate alla Camera, al Senato il Governo ha posto la questione di fiducia, facendo cadere ogni possibile ulteriore emendamento e spianando di fatto la strada anche al comma in questione, un comma peraltro poco in linea con la decretazione d’urgenza e, di fatto, fuori contesto rispetto alla legge nel suo complesso.

A Palazzo Madama è insorto il senatore evangelico Lucio Malan, che ha chiesto di riflettere sulle possibili conseguenze di questa norma: «chi decide che cos’è sessista, parola di cui per la verità si fa un uso così ampio che può essere qualunque cosa? E che cosa sono gli stereotipi di genere? Che roba è? Chi giudica che cosa sono gli stereotipi di genere? La donna che cucina rientra fra gli stereotipi di genere? Suppongo di sì, per cui dovrà per forza esserci sempre un uomo che cucina e un uomo che fa le pulizie? Benissimo, non c’è nulla di male, ma che sia imposto per legge e che sia addirittura revocato il permesso di pubblicità a chi fa affiggere questi manifesti è francamente una cosa grottesca. L’articolo prosegue prevedendo anche il divieto di messaggi lesivi del credo religioso: siccome esistono diversi credo, se uno sull’auto ha scritto “Gesù Cristo è figlio di Dio” – ci sono tanti che girano con il simbolo del pesce che vuol dire proprio “Gesù Cristo figlio di Dio” e così via – chi non è cristiano può sentirsi offeso, e abbiamo già visti molti di questi casi».

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