
Lascia la talare – o forse piuttosto il clergyman – Alberto Ravagnani, il giovane prete-influencer milanese da quasi 600 mila follower complessivi che in questi anni ha abbinato, in maniera giovane e disinvolta, la liturgia cattolica al linguaggio dei social. I più maliziosi guardano al tempismo sospetto di questo annuncio in odore di autopromozione e i più radicali esprimono soddisfazione per una decisione che mette fine a una posizione equivoca.
In mezzo, chi ritiene che l’entusiasta prete-influencer sia stato fagocitato dalla propria fama, e che gli sia capitato «ciò che i social stanno facendo accadere non solo ai preti ma anche ai politici, agli intellettuali, agli sportivi, agli innamorati, ai nostri amici, insomma a chiunque li fa diventare preponderanti rispetto alla propria stessa attività: svuotare il contenuto per lasciare il guscio vuoto. Così la nostra vocazione rimane soffocata, quale che sia», riflette Antonio Gurrado sul Foglio.
C’è poi una questione strutturale in termini comunicativi che viene evidenziata da Aldo Grasso: «la fede tradizionale si basa su una stabilità millenaria; Instagram si basa su un algoritmo che premia la novità e l’intrattenimento», scrive sul Corriere. «Se smetti di pubblicare, di esserci, “sparisci”, ritorni nel tuo anonimato. Forse Instagram non ha sostituito la fede, ma ha cambiato il modo in cui le persone cercano legami e appartenenza».
foto: corriere.it






