Modena, tra disagio e ideologie

By 27 Maggio 2026Dall'Italia

Un’auto piomba a folle velocità nel centro di Modena mirando ai pedoni che passeggiano sul marciapiede. Alla guida un trentenne, cittadino italiano, di origine marocchina, già in cura per turbe mentali. Il tragico episodio ha provocato otto feriti, di cui quattro gravi, e comprensibilmente è diventato la notizia della settimana.

I filoni su cui verte il dibattito – e le polemiche – sono fondamentalmente tre: il disagio, psichico e sociale, dell’uomo; l’origine marocchina e la cittadinanza italiana; la laurea in economia e la difficoltà a trovare lavoro. In base all’ideologia di riferimento i politici e i commentatori da social fanno leva sull’uno o l’altro tema per avvalorare la propria posizione, giungendo a conclusioni che vanno dal classico “è colpa del sistema” (l’uomo aveva interrotto le cure ma nessuno gli aveva sospeso la patente; era laureato ma non trovava un’occupazione) al solito “era italiano ma non si era integrato” (aveva la cittadinanza ma non era riuscito a inserirsi pienamente nella società. Come molti italiani, verrebbe da chiosare).

Il giudice per ora ha stabilito che l’uomo era capace di intendere e di volere; l’uomo, da parte sua, si dice confuso, denuncia vuoti di memoria e si avvale della facoltà di non rispondere, mentre chiede – e non sarebbe giusto mettere in dubbio la buona fede della richiesta – di avere una Bibbia e di poter parlare con un prete.

«Ci si dovrebbe concentrare sul pericolo costituito da persone che assumono l’odio sociale, rielaborato attraverso la diversità religiosa, come una specie di mandato a colpire. Non si tratta di terrorismo organizzato, certo, e neanche di pura e semplice follia», riflette interlocutorio il Foglio tentando di tirare le somme.

Proprio sull’aspetto religioso verte una parte significativa del problema. È vero che da generazioni ormai l’italianità non è sinonimo di appartenenza al cattolicesimo – e nemmeno di adesione al cristianesimo tout court – ed è altrettanto vero che non si dovrebbe nemmeno creare un caso da un dettaglio, eppure certi dettagli non possono non turbare.

Difficile non constatare che a un italiano integrato – si tratti di un cristiano, buddista, agnostico, ateo – difficilmente verrebbe in mente di insultare l’interlocutore insolentendo Gesù o la cristianità: sarà solo un dettaglio, ma suona come sintomo di un’estraneità percepita e – soprattutto – rivendicata, frutto di concetti recepiti nel corso della vita, originati da una matrice abbastanza riconoscibile.

Qualcuno obietterà che insultare Gesù è abitudine comune a molti intellettuali nostrani, ed è vero: ma non sfuggirà la differenza tra un ragionamento articolato, anche provocatorio o controcorrente, e un insulto che ricorda troppo da vicino slogan e predicazioni estremiste, che l’uomo in questione potrà non aver fatto pienamente proprie e potrà anche aver amplificato attraverso un disagio mentale latente, ma le cui scorie rischiano di far male. E non solo, purtroppo, in termini di integrazione.

foto: adnkronos.com

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