Ue, la circolare della discordia

By 7 Dicembre 2021Esteri, Focus

Una polemica squisitamente natalizia ha animato la settimana sui media e sui social: è successo che, tra le circolari interne diffuse dagli uffici dell’Unione europea, una invitasse a porre l’accento sull’inclusività e, nel farlo, fornisse una serie di suggerimenti ad ampio raggio, come evitare i classici “signora” e “signore” a favore di soluzioni più neutre, oppure sorvolare sul Natale limitandosi ad augurare, genericamente, “buone feste”.

Tanto è bastato per accendere i media e scatenare i social, scomodando nei commenti l’abuso del politicamente corretto, l’avvento dell’ateismo, il trionfo della neolingua, l’allarme distopia, insieme ad alti lai di fronte alle losche intenzioni di un’Unione continentale sempre più lontana dalle sue origini cristiane (origini che peraltro, in effetti, più di qualcuno nega o ridimensiona contro ogni evidenza).

Visto il bailamme, il documento è stato ritirato (segno che l’opinione pubblica e i media non sono irrilevanti come i complottisti vorrebbero far credere) e la Commissione europea ha ritenuto doveroso precisare il senso di quelle linee guida: «non vietiamo o scoraggiamo l’uso della parola “Natale”… celebrare il Natale e usare nomi e simboli cristiani fa parte della ricca eredità europea», ha spiegato, aggiungendo comunque che «come Commissione siamo neutrali sulle questioni religiose».

Le scuse non sono bastate a ProVita, che ha colto l’occasione per inviare una cartolina natalizia a Ursula Von der Leyen, augurando “Buon Santo Natale da Maria, Giuseppe e tutte le mamme e i papà europei” (l’iniziativa, curiosamente, è stata presentata dai promotori indossando il berretto di Babbo Natale).

Andando oltre la polemica da cortile, va detto che la circolare europea presentava linee guida di servizio, non era destinata al pubblico e oltretutto, sulla Natività, ha detto molto meno di quanto sia stato raccontato dai telegiornali: «nel documento l’unico riferimento al Natale –  ricorda il blog di una traduttrice professionale – appare in una tabella con esempi pratici dove si ricorda che non tutti festeggiano le stesse ricorrenze religiose, tantomeno nelle stesse date (basti pensare al Natale ortodosso che si celebra in gennaio)»; lo stesso vale per la polemica sui “nomi cristiani“, una questione ben diversa da come è stata prospettata dai media nostrani. Equivoci di questo genere sono, ahinoi, piuttosto comuni: «purtroppo – chiosa mestamente il blog – la mancata comprensione del testo, la sciatteria delle traduzioni, gli errori e le polemiche linguistiche senza fondamento non sono una novità nei media italiani».

Va comunque detto che, in mezzo alla confusione generale, sui giornali è comparsa anche qualche riflessione originale. Michela Marzano, per esempio, ha messo in guardia dall’omogeneizzazione scodellata come inclusività: «Odio le disuguaglianze – ha scritto sulla Stampa – e le combatto da sempre. Ma talvolta mi sorge il sospetto che, in nome dell’uguaglianza formale, si possa commettere l’errore di cancellare le differenze. Mentre è solo dando spazio alle differenze – e nominandole in maniera chiara – che ci si può poi battere per l’inclusione e l’uguaglianza: uguali sebbene diversi; uguali perché diversi».

Ancora più diretto e corrosivo Francesco Battistini sul Corriere: «Un piccolo passo per un uomo? Eh, no! Mettesse di nuovo il piedone sulla Luna e pronunciasse la sua celebre frase, oggi il povero Armstrong lo lascerebbero là: chi l’ha detto che è stato solo l’Uomo a sbarcare sulla Luna? Per non dire di Gesù: non di solo pane vive l’uomo, chiaro, ma mica vorremo lasciare solo a lui il companatico… la lingua batte dove il gender duole, le parole che non diciamo stanno diventando un vocabolario alto così e anche il Natale diventa politicamente corretto, sì, ma corretto grappa».

«Smettiamola una buona volta di ingannarci – ha rincarato lo scrittore Antonio Scurati -, raccontandoci che dalla repressione di noi stessi possa nascere la libertà degli altri. La predicazione ossessiva e persecutoria delle pratiche di diversity and inclusion sta diventando l’ideologia egemone del nostro tempo, vale a dire un frutto della falsa coscienza con cui si vogliono rivestire di idee e principi astratti le concrete, spiacevoli realtà dei fatti materiali, travestendoli con vestiti all’ultima moda. Il melting pot è fallito ovunque. Il multiculturalismo non può e non deve diventare la cultura di chi è privo di cultura».

Le (ex) linee guida potete trovarle qui.

foto: avvenire.it

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