Roe v. Wade, rivoluzione negli USA

By 5 Luglio 2022Esteri, Focus

Lo scorso 24 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti ha messo nero su bianco l’atto con cui, a quasi cinquant’anni di distanza, rivede la storica sentenza Roe v. Wade, con cui nel 1973 l’aborto veniva legalizzato in tutti gli USA.

In realtà dire che la Corte ha abolito l’aborto è una forzatura: i giudici supremi hanno stabilito che la normativa non è di competenza federale, lasciando così che, da ora in poi, siano i singoli stati a legiferare sulla materia.

La decisione della Corte è stata accolta con soddisfazione, quando non addirittura con moti d’esultanza, dai conservatori americani e dagli evangelici tradizionalisti, tra cui Franklin Graham e Rick Warren («La Corte suprema ha ribaltato la Roe v. Wade ponendo fine al sostegno federale all’aborto! Milioni di americani non ancora nati ringraziano!»), ma si sono registrate anche diverse voci contrarie da parte dei protestanti pro-choice.

Parole misurate – e responsabilizzanti – sono state proposte dall’oratore evangelico J. John che ha tentato di dare una prospettiva al risultato raggiunto: «Mentre festeggiamo questa notizia facciamoci conoscere come una Chiesa che si fa avanti e sostiene le madri e le famiglie che ne hanno bisogno. La maggior parte di noi conosce persone che hanno avuto da fare con l’aborto e questa è un’opportunità per noi di estendere loro l’amore di Gesù. I bambini sono importanti. Le donne sono importanti. Le famiglie sono importanti».

Immancabili e prevedibili i commenti critici sulla valutazione della Corte, che secondo molti osservatori lederebbe il diritto delle donne all’autogestione del proprio corpo; in diversi hanno definito la Corte come trumpiana, un’etichetta che viene rigettata da Giuliano Ferrara: «Non c’è una maggioranza trumpiana – spiega il fondatore del Foglio -, come dimostra l’indisponibilità della Corte a sostenere gli sforzi immani del partito trumpista nel tentativo di boicottare e capovolgere l’esito delle elezioni presidenziali… La Corte suprema, della quale si è scritto e si scrive in abbondanza in sede storica e giuridica e di costume politico, è un organismo assai serio, solido, complesso, forte di una tradizione di sistema che è tra i fondamenti della democrazia liberale negli Stati Uniti».

Ferrara ha riflettuto poi nel merito sulla questione: «Chiunque capisce che nella questione dell’interruzione volontaria di gravidanza e dei suoi modi è implicato qualcosa o qualcuno che sta al di fuori del perimetro della privacy, per quanto forte sia la tendenza legittima a considerare il corpo femminile inviolabile al momento di una decisione personale o soggettiva. In cinquant’anni, più che il ritorno all’osservanza di una qualche dogmatica morale o religiosa, abbiamo imparato dalla biologia tante cose decisive, raffigurate anche in immagini indiscutibili e ricerche avanzatissime, a proposito della presenza reale, cromosomicamente distinta e vitalmente attiva, di un essere diverso e autonomo dalla donna nel suo corpo al momento del concepimento e della gestazione. Con gli esiti possibili del documento Alito si tornerebbe a favorire una legislazione ad hoc, invece che l’affermazione generale di un diritto».

Il problema, del resto, si ripresenta anche in Europa, dove «dalle leggi che regolano e tutelano la maternità, con tutti i se e i ma e le condizioni di rito, si è passati a una concezione libertaria del diritto all’aborto che grida scandalo e scavalca del tutto il problema del concepito. Con la Ru486 o pillola abortiva, poi, la privacy è diventata solitudine nella scelta della donna, e completo isolamento dalla connessione sociale del problema della vita… Altro che aborto raro e sicuro. Bisogna battersi perché non si torni alla penalizzazione criminale della donna che rifiuta un figlio concepito, ma in un ambito legislativo che tenda alla tutela del nascituro fino alla misura del possibile, con politiche pubbliche antiaborto di cui tutti ormai dovrebbero conoscere e riconoscere l’importanza».

Parte da premesse diverse Lucetta Scaraffia, che si dice contraria alla decisione della Corte suprema, e ritiene che “l’entusiasmo con il quale la Chiesa cattolica ha accolto questa decisione le costerà un ulteriore allontanamento delle donne”; tuttavia, riflette Scaraffia, c’è “una domanda che anche noi femministe dobbiamo avere il coraggio di farci: l’aborto può essere davvero considerato un diritto naturale… Può davvero essere considerato un diritto naturale la facoltà di sopprimere la possibilità di vita di un altro essere umano?”. Una cosa, allarga il campo Scaraffia, è combattere per la depenalizzazione dell’aborto o per il riconoscimento dello “stupro come reato contro la persona e non contro la morale”, in quanto sono elementi da cui “deriva il rispetto per il corpo femminile”; ben altro invece è fondare l’aborto “come un vero e proprio diritto naturale”, dato che “di fatto coinvolge un’altra persona, cioè il padre del nascituro, e in un certo senso il possibile nascituro” ponendo qualche problema in termini concettuali e rivelando così una contraddizione alla base dell’ideologia femminista.

foto: premierchristian.news

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