
La messa al bando della Bibbia non è una novità assoluta nella storia. Il testo sacro dei cristiani è stato messo fuorilegge o all’indice in diverse epoche, per i più svariati motivi, da una ampia gamma di autorità secolari e religiose; non ci sarebbe quindi da sorprendersi nello scoprire che succede ancora oggi, e in effetti è la regola in regimi non particolarmente democratici o rispettosi delle minoranze religiose. Insomma, il fatto che la Bibbia sia stata messa al bando potrebbe non sembrare una notizia particolarmente clamorosa, eppure l’ultima vicenda che ha visto sul banco degli imputati le Sacre Scritture ha avuto una risonanza notevole sui giornali di tutto il mondo, e questo nonostante i riscontri molto modesti sul piano pratico.
Partiamo dai fatti. Nello Utah, stato americano con una forte presenza tradizionalista (e, segnatamente, una significativa componente mormone) i responsabili di un distretto scolastico hanno ricevuto una richiesta singolare: un genitore si è lamentato perché, verosimilmente nella biblioteca della scuola frequentata da suo figlio, c’era anche la Bibbia. La protesta nasce perché, secondo questi, la Bibbia non contiene valori adatti ai minori, e anzi – in base ai parametri più recenti – risulterebbe offrire contenuti pornografici.
I responsabili in prima battuta hanno dato torto al genitore in questione, che chiedeva di togliere la Bibbia dagli scaffali; tuttavia, in seconda istanza, dopo aver dato una scorsa al libro, hanno cambiato idea, ammettendo che è “una lettura impegnativa per i bambini più piccoli” e – anche se non viola la legge – contiene “volgarità o violenza non adatte agli studenti più giovani”.
I funzionari hanno eseguito la direttiva, togliendo dagli scaffali le “sette o otto copie della Bibbia” in possesso delle scuole e precisando che comunque il testo non era parte del piano di studi; da ora in poi il titolo, quindi, sarà disponibile solo per gli studenti delle superiori.
Prima di proseguire va precisato un dettaglio: la polemica nasce e si sviluppa in un singolo distretto scolastico di una sola città, per quanto si tratti della capitale, Salt Lake City. L’impatto pratico della decisione è quindi modesto, come molti altri fatti simili che punteggiano periodicamente quello strano paese di grandi contraddizioni che chiamiamo Stati Uniti: non molto tempo fa qualcosa di simile è successo in Texas e prossimamente la storia potrebbe ripetersi in Kansas.
Eppure, per le strane dinamiche mediatiche odierne, la protesta di questo genitore ha avuto risonanza mondiale. Uno dei possibili motivi è l’effetto boomerang: nel 2022 il parlamento dello Utah, a solida maggioranza repubblicana, ha promulgato una legge che bandisce i libri “indecenti” dalle scuole, immaginando che l’applicazione della norma si sarebbe limitata a testi che trattano questioni sessuali; non era stata evidentemente contemplata l’eventualità che, basandosi sugli stessi parametri, qualcuno avrebbe potuto portare alla sbarra nientemeno che la Bibbia.
Ci sono almeno tre modi per interpretare la notizia, riflette Antonio Gurrado sul Foglio. Il primo “coincide con la lettera”, e in questo caso bisogna ammettere che “nell’Antico Testamento ci sono oscenità”. Il secondo è “indagare il metodo”: se a sollevare la questione sono stati “ottusi fondamentalisti protestanti”, i responsabili sono caduti “in un paradossale tranello”. Il terzo, invece, ha un livello di complessità più elevato: «la Bibbia è oscena e violenta perché la Bibbia è anche sublime e sacra… come in tutte le massime espressioni dell’animo umano, l’alto e il basso convivono». Se è così, le ragioni non contano: «sicuramente ha torto chiunque voglia cancellare anche solo una parola da qualsiasi libro, dalla Bibbia in giù».
Difficile, poi, non intravedere un altro problema di fondo piuttosto significativo. Lo ricorda Mimmo Muolo su Avvenire, rilevando che, tra le tante decisioni viste negli ultimi tempi, questa si aggiudica “il primato del ridicolo” sul fronte “della cosiddetta cancel culture”, la tendenza “che porta alla fine a correggere le vicende umane, e in definitiva anche le stesse idee, in base ai rapporti di forza del presente”.
Una tendenza che rischia di edulcorare, cancellare, azzerare ogni ricordo, perché non c’è vicenda, esperienza, storia, non c’è opera d’arte o libro che non contenga elementi di criticità. Inclusa, certo, la Bibbia, che «comprende anche pagine in cui si parla delle bassezze del genere umano», chiosa Guolo, «a cominciare dal primo omicidio della storia, quello di Caino ai danni di Abele, ma di questo male fornisce anche il senso e la via di fuga (la salvezza). Vietare la sua lettura a scuola, al di là di ogni considerazione circa la libertà religiosa, è solo il segnale di una immensa ignoranza, che rischia di provocare serissimi danni culturali e sociali».
Del resto, conclude Guolo, «la cancel culture non cancella tanto questo o quel personaggio storico, questo o quel libro, ma l’alfabeto stesso dell’umano. Per fare posto a un deserto disumanizzante che, come il sonno della ragione, genera mostri».
foto: ilfoglio.it






