
Da un editoriale del “Jerusalem Post”
Israele era sotto shock, lunedi’ scorso. Questa volta non a causa dell’ennesima strage effettivamente realizzata da un terrorista, ma per una strage che fortunatamente e’ stata evitata. Su tutte le prime pagine campeggiava la notizia di Abdullah Quran, il ragazzino palestinese di undici anni sorpreso mentre trasportava un potente ordigno nel suo zainetto da scolaro, pieno di biglie d’acciaio e altri pezzi di metallo assortiti pensati per meglio lacerare corpi umani. Quando hanno aperto la cartella, insieme all’esplosivo i soldati hanno trovato il pupazzo Spiderman del ragazzino.
Abdullah non era un semplice corriere di morte. Era, senza saperlo, un missile teleguidato. Un telefono cellulare, collegato all’ordigno da 10 kg di esplosivo che si portava appresso, era programmato per farlo detonare a distanza nel caso il mandante lo ritenesse opportuno. Alla donna poliziotto che si era insospettita, il ragazzino ha spiegato che qualcuno gli aveva promesso “un sacco di soldi” se avesse trasportato il pesante zainetto al di la’ del posto di controllo delle Forze di Difesa israeliane alle porte di Nablus. Se il piccolo contrabbandiere fosse riuscito nell’intento, il materiale contrabbandato sarebbe stato fatto esplodere su un autobus o in qualche altro luogo affollato di civili israeliani. Ad ogni buon conto, comunque, il piano prevedeva di far esplodere la carica sulle spalle del ragazzino se questi fosse stato fermato. E in effetti, come gli artificieri israeliani hanno iniziato a occuparsi del contenuto della cartella, qualcuno ha fatto squillare il cellulare-detonatore. Solo un difetto tecnico dell’ordigno ha risparmiato la vita del bambino palestinese e di tante altre persone attorno a lui.
Qui non siamo di fronte a un “semplice” caso di abuso di minore. Siamo di fronte a un vero e proprio sacrificio umano di bambini. Sembra quasi che i terroristi palestinesi siano determinati a raggiungere vette finora inviolate del crimine di guerra, paragonabili soltanto all’uso – che hanno gia’ fatto – di ambulanze e di donne incinte per realizzare attentati terroristici.
I palestinesi hanno effettivamente trasportato bombe nelle loro ambulanze, in alcune occasioni nascoste sotto una barella su cui giacevano bambini palestinesi in preda a dolori o donne apparentemente in travaglio pre-parto. Poco tempo fa una donna di Gaza in lacrime si e’ avvicinata alle guardie in servizio al metal detector del passaggio di Erez fra Israele e striscia di Gaza dicendo di avere una protesi nella gamba e si e’ fatta esplodere massacrando i soldati che la stavano aiutando a passare.
La cosa piu’ difficile da capire e’ come la disavventura del piccolo Abdullah sia passata quasi inosservata su gran parte dei mass-media del mondo, una circostanza che da sola conferma il dominante pregiudizio negativo verso Israele. Si poteva pensare che la vicenda di questo bambino avrebbe suscitato un briciolo di umana emozione in un mondo che sostiene di essere sempre molto preoccupato per la sorte dei bambini palestinesi. Possibile che non interessi quasi a nessuno il fatto che i bambini palestinesi siano sistematicamente indottrinati dai mass-media ufficiali palestinesi, intossicati nel culto del suicidio e dell’assassinio, e per il fatto che quando nemmeno il lavaggio del cervello e’ sufficiente, allora vengono usati per pochi denari come inconsapevole carne da cannone?
Eppure tanta indifferenza sembra molto selettiva. Quando il piccolo Muhammad al-Dura venne ucciso durante uno scontro a fuoco nell’ottobre 2000, venne immediatamente trasformato in una icona internazionale della disumanita’ israeliana. E le approfondite ricerche fatte successivamente, che dimostravano che il piccolo al-Dura non poteva essere stato ucciso dal fuoco israeliano, vennero invece largamente ignorate.
Ma la manipolazione palestinese dei bambini e’ pervasiva e sotto gli occhi di tutti, come lo era la Hitler-Jugend durante la seconda guerra mondiale. E’ una flagrante e palese violazione dell’Articolo 38 della Convenzione del 1989 sui Diritti del Bambino, che condanna “il reclutamento e il coinvolgimento di bambini sotto i 15 anni in ostilita’ e conflitti armati”. Che e’ invece una pratica araba ben consolidata in questo paese. Gia’ nel diciannovesimo secolo donne e bambini venivano spesso mandati in prima linea durante tumulti e rivolte. Facevano da scudi umani e servivano egregiamente per creare particolare instabilita’. L’antica tradizione e’ stata ferocemente aggiornata con l’avvento degli attentati suicidi. Negli ultimi tre anni, 29 attentati suicidi sono stati perpetrati da giovani sotto i 18 anni. Altri 22 minorenni sono stati uccisi e 40 sono stati arrestati mentre tentavano di fare la stessa cosa.
Attribuire questi dati alla “disperazione generata dall’occupazione” e’ stupido e demagogico. I ragazzini palestinesi sono sottoposti a un continuo lavaggio del cervello dalle scuole e dai mass-media. Viene loro inculcato l’odio. Persino ai bambini dell’asilo viene insegnato ad aspirare al martirio. Crescono in una cultura che, anziche’ celebrare la vita, esalta il “sacrificio” per morte violenta.
Il mufti di Gerusalemme nominato dall’Autorita’ Palestinese Ikram Sabri ebbe a dire, in un’intervista a un quotidiano, che “piu’ giovane e’ il martire, piu’ viene ammirato, ed e’ per questo che le madri gridano di gioia alla notizia della sua morte. Il martire e’ invidiato perche’ gli angeli in cielo lo accompagnano alle sue nozze”.
Gia’ tre anni fa Huda al-Hussein, giornalista del quotidiano arabo edito a Londra Sharq al-Awsat, si chiedeva: “Che razza di indipendenza e’ quella che viene costruita sul sangue dei bambini, mentre i capi, e i loro figli e nipoti, se ne stanno al sicuro?”. E’ una buona domanda e merita una risposta.
(Jerusalem Post, 17.03.2004 – israele.net)






