Lo strazio umano che segue un attentato terroristico

By 20 Marzo 2004Israele

Il prezzo umano del terrorismo

Adattato dal New York Times

di Greg Myre
 

GIAFFA, 23 febbraio – Dopo l’attentato suicida di domenica 22 febbraio, la carne e le ossa sono state raccolte dall’autobus e dalla strada e consegnate qui, all’unico centro di medicina legale del paese. Come sempre al dott. Yehuda Hiss, il direttore, è spettato il sinistro compito di ricomporre i corpi smembrati e di affrontare le terribili reazioni dei vivi.
Il palestinese che si è fatto esplodere sull’autobus a Gerusalemme portava un carico esplosivo relativamente piccolo, che pure è riuscito a disintegrare così completamente alcuni corpi, tanto che non era chiaro quante fossero state le vittime. La polizia aveva comunicato sette morti più l’attentatore, ma quando il dott. Hiss ed il suo team hanno sviluppato il profilo genetico dei resti, ne è stato scoperto un ottavo.
“Questa persona doveva essere seduta accanto all’attentatore”, afferma in tono asciutto il dott. Hiss, da 16 anni direttore del centro di patologia, “Senza l’esame del DNA non avremmo mai potuto identificarlo”.
Israele ha subito oltre 100 attentati suicidi in tre anni, responsabili della morte di circa la metà degli oltre 900 israeliani uccisi nelle violenze di questo periodo. Il paese ha sviluppato un’estesa rete di intervento, in cui il dott. Hiss riveste un ruolo unico. Tutti i morti vengono portati qui, al Centro Nazionale di Medicina Legale. Il patologo-capo ha “perduto” un solo attentato, mentre era in viaggio negli Stati Uniti, e si è occupato direttamente delle vittime smembrate e delle famiglie sconvolte in ogni altro attacco.
Dopo l’identificazione delle vittime, rimane il compito più difficile per il dott. Hiss. È lui ad informare i famigliari, che nella disperazione possono reagire in maniera furiosa ed irrazionale.
“Nel caso degli attentati, è necessario farlo perché quando qualcuno esce di casa alle 8 di mattina e rimane ucciso mezz’ora dopo, la famiglia vuole sapere se ha sofferto. Vogliono sapere esattamente come sono morti. Rimango sempre sorpreso dal fatto che facciano tante domande così dettagliate”.
Le famiglie aspettano, a volte tutta la notte, al Centro, che non è stato costruito per la folla di 200 e più persone, che sopraggiunge in conseguenza degli attentati maggiori. Le famiglie, una volta, si lasciavano andare alle proprie emozioni proprio qui dentro: oggi, è stato costruito un centro per famiglie accanto all’obitorio,  alleggerendo l’affollamento, se non il trauma.
Il momento più problematico arriva quando le famiglie chiedono di vedere le vittime: “Io dico sempre che è meglio che se li ricordino da vivi”, afferma il dott. Hiss.
Le famiglie insistono per un quarto d’ora circa: “Io spiego che si tratta solo di una parte del corpo. Ciononostante, abbraccerebbero pure un piede, se fosse tutto quello che c’è rimasto”.
 Il dott. Hiss tende a respingere tali richieste, ma gli psicologi raccomandano diversamente: “I famigliari vogliono toccare il corpo  un’ultima volta, per prepararsi alla separazione. Se non lo vedono, si tratta di una morte virtuale. Hanno il diritto di chiederlo”.
L’attentato di domenica ha fatto uscire di sé lo staff, nel tentativo di identificare le vittime. I precetti biblici richiedono che il lavoro sia fatto rapidamente e meticolosamente. La legge religiosa ebraica prevede che il corpo sia sepolto interamente, preferibilmente il giorno stesso della morte, tuttavia possono passare giorni o settimane finché anche tutti i pezzi più piccoli vengono identificati. In alcuni casi, si raggiunge un compromesso scomodo. Le parti del corpo più grosse vengono sepolte rapidamente, mentre i pezzi più piccoli solo più tardi, a completamento degli esami del DNA.
A differenza di molti medici legali che lavorano in solitudine, il dott. Hiss, di 57 anni, spesso sembra essere al centro dei drammi mediorientali.
Esaminate solo una giornata, il 29 gennaio.
Per il dott. Hiss è cominciato in un hangar dell’aeroporto di Colonia, in Germania, dove faceva parte della delegazione israeliana, che doveva occuparsi dello scambio di prigionieri con il Hezbollah e del rimpatrio dei resti dei tre soldati israeliani, uccisi tre anni prima.
La squadra ha montato tre tende nell’hangar e, lavorando sotto le ali degli aeroplani, aveva solo due ore per arrivare ad un’identificazione certa, usando i raggi X, le impronte digitali e le registrazioni dentali.
Mentre cominciava questo procedimento, un attentatore palestinese colpiva a Gerusalemme, uccidendo 11 persone. In Germania, il dott. Hiss confermava che i resti appartenevano ai soldati israeliani, consentendo allo scambio dei prigionieri di procedere. L’aereo israeliano è rientrato alle sette di sera e dopo mezz’ora il dott. Hiss era già al lavoro all’istituto di medicina legale, occupato nell’identificazione delle vittime dell’attentato.
Dopo un attentato, le decine di feriti vengono portate agli ospedali più vicini ed è da lì che le famiglie cominciano le ricerche dei loro cari. Se non si trovano fra i feriti, le famiglie devono affrontare la prospettiva di arrivare fino all’Istituto di Medicina Legale qui a Giaffa, subito a sud di Tel Aviv.
“Non si tratta della tradizionale, normale medicina legale”, dice il dott. Yoram Blachar, presidente dell’Associazione dei Medici, parlando del centro israeliano. “Gli attentati suicidi sono fatti estremamente sconvolgenti, da un punto di vista emotivo. Le famiglie possono avere reazioni estreme e devono essere trattate nella maniera più sensibile”.
“L’Istituto svolge un ruolo di primo piano dopo ogni attacco terroristico”, afferma.
Il dott. Hiss è nato in Polonia subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, arrivando in Israele all’età di dieci anni. I suoi studi di medicina lo hanno portato in Italia, Austria, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Le pareti del suo ufficio sono quasi nude, a parte un’asse di legno nero, dove sono esposti 24 tipi di pallottole. Il libro in maggiore evidenza sulla sua scrivania è “Ferite da armi da fuoco”. A portata di mano vi è un contenitore di plastica, contenente dei cuscinetti a sfera, che un fabbricante di bombe aveva mischiato all’esplosivo per renderlo più letale.
Di fronte a questo continuo flusso di morte, il dott. Hiss afferma di affrontarlo senza mezzi particolari.
“Appena me ne vado da questo posto, non ci penso più veramente”, dice, “Mi tengo occupato e non parlo mai del mio lavoro con la mia famiglia”.
“Mi hanno chiesto molte volte se ho bisogno di un sostegno psicologico, ma no, non ho bisogno”.
 
(Keren Hayesod, 12.03.2004 )

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