
In risposta alla posizione pubblica assunta da Jacques Chirac contro l’uso del velo islamico nelle scuole, Mohamed Hussein Fadlallah, alto rappresentante di Hezbollah, ha scritto il mese scorso una lettera ufficiale al Presidente della Repubblica francese. Riportiamo la traduzione integrale di questo interessante documento, ricordando che Jacques Chirac ha sempre cercato di impedire che Hezbollah fosse classificato tra i gruppi terroristici.
S.E.M. Jacques Chirac, Presidente della Repubblica francese
Signor Presidente,
Considerata la nostra responsabilità, nel nome dell’Islam e dei Musulmani, di aprirsi all’Altro e alle sue opinioni su questioni che possono essere all’origine di una divergenza di punti di vista, intellettuale o giuridico,
Considerato il fatto che noi stimiamo al suo giusto valore il ruolo politico della Francia – sotto il Suo mandato – nelle questioni libanesi, arabe e francesi, e la convergenza delle nostre posizioni e dei nostri interessi, nonostante alcune divergenze di opinione su certi punti che possono dar luogo a visioni differenti, ciò che è normale e naturale, su tutti i piani,
Considerato il nuovo dibattito su una questione delicata che tocca il cuore stesso dell’Islam, e senza dubbio il cuore stesso della laicità aperta alle questioni riguardanti le libertà personali nel mondo, dibattito che ha condotto il comitato francese – che ha studiato la questione dell’uso del velo islamico nelle scuole francesi – a redigere un rapporto in favore della decisione di una legge che vieta alle giovani musulmane di portare il velo nelle scuole, rapporto che Lei ha approvato e che conta di presentare al voto del Parlamento francese per promulgarlo sotto forma di legge,
Noi desideriamo aprire con Lei il seguente razionale dialogo:
Primo. Negli interventi sull’uso del velo, come anche nel rapporto e nelle differenti prese di posizione, abbiamo letto che il velo rappresenta un simbolo religioso che potrebbe urtare alcune suscettibilità, e perfino dare l’impressione di un’aggressione verso gli altri scolari. Abbiamo anche letto che il velo inasprirebbe il senso comunitario in seno alla società, toglierebbe all’individuo e alla società la loro laicità… Coloro che hanno formulato queste osservazioni ne hanno dedotto che conviene adottare una legge che protegga la società, per risparmiarle tali pericoli, cosa che vale ugualmente per tutti i simboli ostentatori, siano essi musulmani, cristiani o ebrei, al fine di dimostrare che lo Stato francese non fa discriminazione riguardo all’una o all’altra religione.
Noi vorremmo formulare alcune osservazioni a proposito dei punti sollevati da questi interventi:
1. Il velo come simbolo religioso islamico
Noi assicuriamo che si tratta di un obbligo religioso, come tutti gli altri doveri religiosi. In altri termini, non rispettare quest’obbligo equivale a commettere un peccato, allo stesso titolo degli altri peccati. Di conseguenza, ogni tentativo di fare pressione sulle giovani equivale a intervenire nelle libertà religiose individuali, cioè a perseguitare l’individuo. Il velo è diverso dalla croce per i Cristiani, dalla kippà per gli Ebrei, che non sono considerati obblighi religiosi, per quanto se ne sappia. Noi riaffermiamo tuttavia che l’interdizione rappresenta un’alienazione della libertà. Del resto, non pensiamo che l’uso del velo possa urtare le suscettibilità perché queste giovani praticano la loro religione in un modo naturale, senza alcuna provocazione, e portano il velo come altre un costume tradizionale, diverso secondo i popoli e i costumi.
2. Il velo come atto aggressivo
Non capiamo di quale aggressione si tratti, né nella sua dimensione personale, né riguardo alla scelta che ciascun individuo è libero di fare in funzione delle sue preferenze e delle sue credenze. L’uso di un costume diverso nel seno di una stessa società è un atto di aggressione contro quelli che non portano lo stesso costume?
3. Il velo come mezzo per inasprire il senso comunitario
Sono delle accuse irrealiste, strane, che non possiedono nessuna logica ragionevole. Sono le discussioni confessionali nelle scuole che potrebbero esserne rese responsabili, non l’abito religioso.
Secondo. La Francia della rivoluzione è il paese europeo occidentale che ha difeso le libertà individuali, considerate come un diritto, e che ha difeso la laicità. Sull’esempio di tutti gli inni alla libertà – anche in paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, madre della democrazia – noi stimiamo che l’interdizione dell’uso del velo islamico aliena la libertà della donna musulmana, nelle scuole, nella società, e nei luoghi pubblici. Se la laicità non può essere rimessa in discussione in Francia, anche le libertà non devono esserlo, come afferma il portavoce del Segretario di Stato americano, e hanno sottolineato alcuni responsabili della Gran Bretagna.
L’interdizione dell’uso del velo rappresenta un’alienazione della libertà del Musulmano che tuttavia non ha trasgredito la legge francese, ma che non vuole che gli si impongano leggi alienanti la sua libertà come cittadino che rispetta gli impegni relativi alla sua religione, impegni che non sono una provocazione per nessuno e che non danno luogo a nessun turbamento o caos.
Terzo. Noi ci chiediamo: la laicità è ormai così fragile che i suoi difensori sono arrivati a temere un pezzo di stoffa, una kippà o una croce? Questa logica non ha senso.
Del resto, lo Stato francese è presente in tutto il mondo musulmano. Questa legge, nel caso fosse approvata, creerebbe numerose complicazioni per la Francia, nei paesi musulmani, e di queste complicazione profitterebbe un altro Stato… Noi auspichiamo che la Francia della libertà sia sempre fedele alla rivoluzione francese e ai diritti dell’Uomo, invece di creare una corrente ostile alla religione e ai suoi cittadini musulmani.
In conclusione, noi non vogliamo intervenire negli affari interni francesi, ma tenuto conto delle nostre funzioni e delle nostre responsabilità, la assicuriamo, come Musulmani, che crediamo nelle virtù del dialogo, soprattutto quando si tratta dei Musulmani e delle questioni vitali, decisive per il loro avvenire.
La preghiamo infine di gradire, Signore Presidente, l’espressione dei nostri sentimenti più rispettosi.
Beirut, 20 dicembre 2003
Mohammed Hussein Fadlallah
(Proche-Orient.info, 23 dicembre 2003)






