Porte Aperte, quarant’anni di sfide

By 12 Maggio 2025Maggio 19th, 2025Speciali

A Bellaria dal 9 all’11 maggio il 40° convegno nazionale della missione celebra un traguardo e rilancia l’impegno a sostegno dei cristiani perseguitati

Settant’anni di Porte Aperte, quarant’anni di convegni nazionali: doppia ricorrenza, quest’anno, per una tra le organizzazioni cristiane internazionali più note e apprezzate al mondo.

Il convegno annuale, andato in scena a Bellaria lo scorso fine settimana, ha avuto ben due anniversari da celebrare, sia pure con la serietà e sobrietà dovute a un tema delicato come la persecuzione dei cristiani nel mondo. Un tema su cui Porte Aperte sensibilizza la chiesa, italiana e internazionale con una prospettiva impensabile al di fuori di un perimetro di fede: un approccio fatto di consolazione e speranza, dove spesso sono i rappresentanti dei credenti perseguitati a portare messaggi di incoraggiamento alla chiesa occidentale.

GLI OSPITI

È così che si è espresso Haroon, nato in Pakistan e destinato fin da bambino a una carriera da estremista islamico, giunto in Europa per fondare moschee e portare avanti la jihad con ogni mezzo, fino a quando l’amore cristiano di una coppia di credenti ha messo in crisi le sue convinzioni, fino a portarlo alla conversione e, in una riedizione dell’episodio biblico dell’apostolo Paolo, diventare un alfiere della fede cristiana nei confronti degli islamici. Un percorso di fede costellato di umiliazioni e dolore fisico, pestaggi, agguati, ossa spezzate, oltraggi, di una fatwa e di una taglia sulla sua testa che lo porta a una vita sotto copertura ma che non gli ha fatto cambiare idea: «un giorno mi uccideranno, ma saranno lacrime di gioia», spiega ai partecipanti. «Ho vissuto una bella vita: ho trovato la verità. Non c’è problema, lascio questa vita. So che lo vedrò faccia a faccia».

L’ottica di chi ha sofferto e accettato la sofferenza sfida la razionalità, tanto da ribaltare l’ottica ordinaria: «Non vi chiedo di pregare per la fine della persecuzione. Per noi credo sia una benedizione. Vi chiedo di pregare che Dio ci dia la forza di affrontare la persecuzione».

E chissà quante esperienze ancora avrebbe potuto raccontare anche Àmora, combattiva credente attiva nell’Africa centrale, che fa parte dei gruppi di soccorso che Porte Aperte manda sugli scenari di stragi, rapimenti, attentati e violenze per alleviare le sofferenze dei sopravvissuti e, nel caso di Àmora, soprattutto delle sopravvissute, vittime di esperienze inenarrabili.

IL TEMA

Porte Aperte è consapevolezza e prospettiva, e il suo convegno, da quarant’anni, ne è la quintessenza. Un contesto franco, nel doppio significato di esplicito e di neutro, dove centinaia di credenti (quest’anno si sono sfiorate le ottocento presenze) da località e denominazioni diverse tra loro si incontrano, si confrontano, si abbracciano e pregano, piangono, lodano insieme intrecciando voci e colori nel segno di una croce che, per i fratelli di altre latitudini, è gravosa ma, grazie anche al sostegno dei credenti occidentali, diventa più sopportabile.

Una contraddizione, appunto, che non si nasconde ma è stata valorizzata fin dal titolo del convegno, “Alieni residenti”, liberamente ispirata a quel «essi non sono del mondo come io non sono del mondo» scolpita nella memoria dal messia, colui che sarebbe stato il primo a superare la razionalità, oltre alla religiosità. «Che follia è mai questa?», si è chiesto Cristian Nani chiudendo il convegno a margine del culto comunitario domenicale. «È roba aliena. Eppure viene vissuta qui, sulla terra, tra fango e lacrime, sangue e ossa, qui con noi ma destinata altrove. È un dito costantemente puntato verso l’alto, verso un regno nuovo».

Alieni residenti che aveva riconosciuto quasi duemila anni fa la celebre lettera a Diogneto – diventata un refrain di questa tre giorni a Bellaria – nel descrivere gli usi dei cristiani che vivevano in mezzo agli altri,, rispettosi, ma senza conformarsi. Alieni residenti che da settant’anni raccolgono la sfida di Anne van der Bijl, che oggi tutti conoscono come Fratello Andrea, il contrabbandiere di Dio – di cui proprio domenica 11 cadeva l’anniversario della nascita – e che ancora oggi motiva migliaia di credenti a sostenere i loro fratelli vessati dalla persecuzione, con un risultato sempre più convincente: nel 2023, ha spiegato Cristiano De Chirico, nove milioni di persone hanno beneficiato dell’impegno di Porte Aperte, il 19% in più rispetto all’anno precedente. Alieni residenti che declinano l’impegno in base ai tempi e ai contesti, attraverso evangelizzazioni e consegna di copie della Bibbia, ma anche case rifugio per donne abusate e microcredito di sostegno ai credenti delle zone depresse.

Alieni che non rinunciano alla loro missione: «il nostro proposito è essere sale di questa terra, non miele», ha ammonito Nani. Un invito e una sfida a incidere nella società, perché, come cristiani, «l’irrilevanza non ci compete». La chiesa cambia con le generazioni, le vite cambiano con le esperienze, non sempre siamo in grado di cogliere la logica di Dio, ma la vocazione – della chiesa, del credente – rimane intatta. E va rivendicata di fronte a ogni bivio e a ogni dubbio, aprendo “finestre verso l’operato di Dio”, piuttosto che crogiolarci negli “infiniti riflessi di noi stessi”, nei nostri errori, nei nostri limiti.

LA SFIDA

Un modo per aprire quelle finestre, ha spiegato Nani, sono proprio i nostri fratelli perseguitati, che ci permettono di misurarci su una scala più corretta rispetto alle limitazioni cui, fatalmente, la nostra condizione ci lega. E ci permette di allargare l’orizzonte, comprendendo che “noi siamo destinati altrove”. Alieni residenti che, da duemila anni, mettono il mondo di fronte alla sua condizione e allo stesso tempo lo condizionano; vivono altrove ma senza mai perdere il contatto con una realtà che, fatalmente, ha vitale bisogno di loro.

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